Il nuovo piano sull’immigrazione dell’Unione Europea

Il nuovo piano sull’immigrazione dell’Unione Europea

Il 26 Gennaio 2017 durante il vertice dei ministri dell’interno dell’Unione europea sull’immigrazione, a Malta, è stato presentato il piano su tale tema, che il 03 Febbraio è stato poi proposto dalla Commissione europea ai vari governi.

Leggendo i punti principali previsiti dal nuovo piano (che troverete al seguente link: http://www.internazionale.it/notizie/2017/01/26/migranti-piano-unione-europea) ciò che si evince è, fondamentalmente, la relegazione alla Libia da parte dell’UE della gestione dei flussi migratori, per interromperli, attraverso quella che definiscono una “linea di protezione” delle coste libiche.

Tale linea altro non è che un muro, termine che ultimamente va tanto di moda, di navi della guardia costiera libica, da noi europei fornite, garantendone la manutenzione con dei fondi (200 milioni di euro) presi dal fondo europeo per l’Africa. Ora, “fondo europeo per l’Africa” farebbe pensare più a delle proposte di sviluppo da offrire all’intero continente, più che al rinforzamento della guardia costiera di un unico paese, ma a quanto pare ci siamo sbagliati. Tralasciamo poi il fatto che, chi è disposto a rischiare la propria vita, consapevolmente, per lasciarsi alle spalle guerre, persecuzioni e fame andando alla ricerca di un futuro migliore, difficilmente si arresterà, piuttosto andrà alla ricerca di nuovi sbocchi verso le nostre coste (un esempio potrebbe essere la vecchia rotta Gorèe-Tenerife) o, peggio, si rassegnerà ad affrontare un rischio raddoppiato. Ci sembra quindi abbastanza chiaro che, tale misura, rappresenti uno spostamento del problema piuttosto che una sua risoluzione effettiva poiché, essendo l’Africa grande 3 volte l’Europa, sarebbe quantomeno difficile circondarla tutta.

Lo stesso problema persiste anche per i punti riguardanti il maggiore controllo e pattugliamento dei confini libici, in quanto, anche in questo caso, se la porta d’accesso all’Europa non potrà più essere la Libia, come già detto, si tenterà sicuramente di sostituirla con una nuova nazione.

Per quanto riguarda, poi, il punto sul sostegno dell’ingresso delle organizzazioni umanitarie nei centri di detenzione dei migranti, esso ci lascia abbastanza scettici, dal momento che, più volte, numerose organizzazioni hanno provato ad entrare con scarsissimo successo.

Visto tutto questo, quindi, la domanda sorge spontanea: vivete a contatto con la realtà?

Perchè capiamo che approcciarsi alle testimonianze dirette di migranti e rifugiati che raccontano di esperienze di terribili torture, sfruttamenti e minacce da parte della guardia costiera libica, non sia possibile a tutti. Ma di racconti, video e immagini è pieno il web, per cui è veramente difficile restare disinformati al riguardo, a meno che non lo si voglia.

Allora, proviamo a darvi noi, che questi ragazzi li viviamo quotidianamente, un’idea di ciò che è la Libia.

Anzitutto, è un paese con percentuali di razzismo spaventose, per cui avere la pelle più scura può tradursi nell’andare al supermercato e non fare più ritorno perché si viene arrestati senza che si sia commesso nessun reato. Avere la pelle più scura può tradursi anche nel venire rapiti per strada e venduti come schiavi (no, non siamo nell’America del Settecento ma nella Libia del terzo millennio), per poi essere costretti a pagare salatissimi riscatti per riguadagnare la proprio libertà. In altri casi, invece, anche se la decisione di lavorare è volontaria, la condizione è comunque quella di schiavitù, non esiste infatti la retribuzione in contanti, che viene sostituita con la possibilità di imbarcarsi verso l’Europa, e poco importa se in realtà raggiungere l’Europa non rientri nei piani e desideri dei malcapitati perché l’alternativa al rifiutare la partenza è la morte istantanea. Sorte peggiore tocca alle donne, troppo spesso vittime di violenza e della tratta della prostituzione.

La Libia è anche un paese in cui, da qualche anno, l’anarchia regna sovrana e la vita vale davvero poco, tanto che si può essere uccisi o brutalmente torturati per svago, per divertimento.

I centri di detenzione dei migranti sono luoghi in cui non esiste il rispetto per la vita umana, dove migliaia di persone vivono ammassate in spazi piccolissimi e sporchi, affamate e disidratate. Luoghi in cui anche le più basilari norme igieniche sono assenti, tant’è che è in questi posti che la maggior parte di loro contrae la scabbia, giusto per dirne una.

Le cicatrici, fisiche e psicologiche, della permanenza in Libia sono evidenti, anche nelle persone più forti e, troppo spesso, il sistema che trovano ad accoglierli è impreparato  per fornire un sostegno adeguato.

Quelli riportati  sono solo alcuni esempi di ciò che è la normale “vita” in Libia, esempi che non solo uomini e donne, ma anche tanti, troppi, minorenni hanno sperimentato e continuano a sperimentare. Eppure è a questo paese che l’Europa ha deciso di riversare il controllo dei flussi migratori.

Una politica più lungimirante sarebbe potuta essere quella di finalizzare i fondi alla creazione di corridoi umanitari che, oltre a sottrarre  il traffico di vite umane agli scafisti, servirebbe a mettere la parola fine alle morti nel Mediterraneo.

Ancora, servirsi dei fondi per promuovere delle politiche di crescita e sviluppo avrebbe potuto rappresentare una migliore e più utile alternativa all’innalzamento di nuove barriere.

Ma, purtroppo, queste sono solo le proposte di giovani e comuni cittadini, le decisioni vengono prese altrove.

di Liliana Pais


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